In vista del referendum a Modugno, un presidio per la Giustizia e la Costituzione

Tutti i punti cardine delle Ragioni del NO

lunedì 9 marzo 2026 9.45
Si è svolto ieri mattina a Modugno, in Piazza Sedile, l'incontro informativo promosso dalle associazioni del territorio in vista del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. Un momento di confronto diretto per andare oltre gli slogan e spiegare ai cittadini perché questa riforma, presentata come una soluzione ai mali della giustizia, nasconda in realtà insidie democratiche.

L'avv. Nicolas De Noia, avvocato del Foro di Bari, laureato con lode in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Bari con specializzazione in diritto processuale civile, che ha risposto con competenza e chiarezza ai numerosi quesiti posti dai cittadini presenti.

La sua partecipazione ha arricchito il dibattito con un contributo tecnico-giuridico preciso e accessibile, rendendo ancora più concreto il confronto sui temi in gioco. Nonostante il clima di generale distacco, l'interesse di chi si è fermato a discutere dimostra che la cittadinanza avverte il peso di scelte che toccano i pilastri dello Stato.

Il fronte del NO denuncia una gestione della riforma che punta più al vantaggio della politica che all'efficienza dei processi per il cittadino. Ecco i punti cardine:

Uno strappo al confronto democratico. La legge costituzionale è stata approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale il 30 ottobre 2025. Intervenire su ben 7 articoli della Costituzione richiedeva una condivisione larga e meditata, non una manovra d'urto che scavalca la dialettica democratica su temi così delicati. Il ricorso sistematico al voto di fiducia e alle procedure d'urgenza ha di fatto escluso un reale dibattito parlamentare.

Separazione delle carriere: un falso problema. La separazione delle funzioni tra giudici e pubblici ministeri è già una realtà concreta dopo la riforma dell'ordinamento giudiziario introdotta con il D.Lgs. 150/2022 (riforma Cartabia). I dati parlano chiaro: solo poche decine di magistrati all'anno — una percentuale irrisoria, circa lo 0,5% — usufruiscono del passaggio di funzione, comunque già limitato a un'unica volta nel corso della carriera e peraltro in un diverso distretto di Corte d'Appello. Per cristallizzare definitivamente tale divieto sarebbe bastata una legge ordinaria, senza bisogno di stravolgere l'impianto costituzionale.

Il sorteggio mina l'autogoverno della magistratura. Il meccanismo del sorteggio per la scelta dei componenti togati e laici dei nuovi CSM è stato ritenuto incompatibile con la composizione di un organo di rilievo costituzionale, come già chiarito dalla Corte Costituzionale in diverse sentenze (nn. 148/1983, 379/1992, 380/2003, 270/2002). Sostituire la rappresentanza con la casualità significa svuotare di senso l'autogoverno della magistratura.

Il rischio reale: un PM controllabile dal Governo. La separazione delle carriere, separando anche gli organi di autogoverno, aprirebbe la strada a una riorganizzazione fortemente gerarchica delle Procure con una semplice legge ordinaria. Un ufficio del PM centralizzato e gerarchizzato sarebbe agevolmente controllabile dall'esecutivo. Non a caso Giovanni Maria Flick, già Ministro della Giustizia e Presidente della Corte Costituzionale, si è dichiarato favorevole alla distinzione delle funzioni ma contrario alla piena separazione delle carriere, proprio per evitare questo rischio.

La Corte disciplinare: un nuovo organo dal nome ingannevole. La riforma istituisce una Corte disciplinare di rango costituzionale, sottraendo la giurisdizione disciplinare ai Consigli Superiori della Magistratura. Lungi dall'essere una garanzia di imparzialità, questo nuovo organismo — combinato con il meccanismo del sorteggio e la spinta alla gerarchizzazione — rischia di diventare uno strumento di pressione sull'ordine giudiziario.

Costi certi, benefici zero per i cittadini. La riforma non modifica lo svolgimento ordinario della giustizia e non introduce alcuna misura che incida sui processi. Non ci saranno effetti sulla durata dei procedimenti: la lunghezza dei processi, che danneggia soprattutto i cittadini più deboli e fragili, rimarrà invariata. A fronte di questo, la creazione di due CSM separati e di una nuova Corte disciplinare comporterà costi strutturali permanenti a carico della collettività.

Un quesito referendario costruito per confondere. Il quesito sottoposto al voto riprende il solo titolo formale della legge — "Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare" — senza alcun riferimento esplicito alla separazione delle carriere, il tema che più di ogni altro caratterizza e qualifica la riforma. Una scelta che non favorisce certo la consapevolezza del voto.